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Nome: Martino
Architetto urbanista che si occupa di progetti di pianificazione e valorizzazione del territorio. Ma anche di sicurezza sul lavoro. Ma anche di pianificazione della mobilità. E di programmi complessi, che in quanto tali non vi dico nemmeno cosa sono.
Qui amo scrivere di me e del mondo, in modo leggero, in genere. Per il gusto mio e di chi mi leggerà.
Ah, il sesto dito della mano sinistra che si vede in foto mi è cresciuto a forza di scrivere sulla tastiera del pc.
Se vi va potete scrivermi:
mpirella(chiocciola)tiscali.it
***MARUZZELLA***
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Enzo/ozne
Io prima. Libereparole
Spirito libero
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giugno 2004
maggio 2004
aprile 2004
marzo 2004
febbraio 2004
gennaio 2004
dicembre 2003
novembre 2003
ottobre 2003
settembre 2003
In un modo o nell'altro *loading* passi sono passati di qua. Molti sono miei, lo ammetto. D'altro canto il counter è stupido. Lui conta. Sta mica lì a distinguere.

Questo/a opera è pubblicato sotto una Licenza Creative Commons, che vuol dire che potete diffondere il verbo citando la fonte, ma non lucrarci su e nemmeno trasformarlo un po' facendo finta che sia vostro.
Il template mi dicono ha fatto molti capricci se visualizzato su altri computer che non fossero il mio e con altri browser che non fossero Explorer. Ho lavorato in modo certosino perché ciò non accadesse più. Fatemi sapere se va tutto bene (16 marzo).
Stamattina vado a donare il sangue. Cosa che dovremmo fare tutti, di tanto in tanto (14 marzo).
Sto ascoltando Ghosts I-IV, nuova opera dei Nine Inch Nails. Davvero spettacolare. Un monumento strumentale (12 marzo).
Poco fa stavo invece sentendo Dig, Lazarus, Dig! disco recentissimo di Nick Cave & the Bad Seeds. Altro capolavoro. Avercene sempre di dischi così (12 marzo).
Notiziona
Poche parole. Basta l'immagine.
Porno tax
Non scriverò della porno tax, ovviamente. Migliorare il mondo a piccoli passi non è la porno tax. E non è nemmeno parlarne.
E se invece di perdere tempo a disquisire di tasse pornografiche cominciassimo a darci un tono ed a considerare le tasse una cosa seria? Ed allora cominciassimo a pretendere lo scontrino fiscale, la ricevuta, la fattura ogni volta che paghiamo qualche cosa? Cosa accadrebbe se tutti cominciassimo a farlo? E cominciassimo a pagare ciò che c'è da pagare con la convinzione che il nostro sistema si basa proprio sul fatto che le tasse servono a mandare avanti la baracca?
Taxman è una bellissima canzone dei Beatles scritta nel 1966 da George Harrison. Una canzone contro le tasse e l'eccessiva pressione fiscale. I Beatles, all'epoca cominciavano a fare i soldi veri, salvo che le tasse portavano via gran parte del reddito. Ma cosa vuol dire "gran parte del reddito"? Metà? Tre quarti? No, no... Sentite qui:
Let me tell you how it will be;
There's one for you, nineteen for me.
'Cause I'm the taxman,
Yeah, I'm the taxman.
Ovvero:
Lasciami dire come sarà
Sarà uno per te e diciannove per me
Perché sono l'uomo delle tasse
Sì, sono l'uomo delle tasse
Una Sterlina era composta da venti penny. Significa che l'aliquota fiscale, al livello del reddito dei Beatles, era del 95%. E l'Inghilterra non è rimasta nota nel mondo come paese bolscevico, mi pare. Forse al 95% mi sarei lamentato anch'io, però.
Qui in Italia un'aliquota del 50% passa per essere un furto legalizzato. Tutti sempre a lamentarsi cercando di pagare il meno possibile, assumendo l'idea che, alla fine, è meglio non pagare, che chi paga è un fesso, che va meglio se "ognuno per sè".
Migliorare il mondo, invece, vuole dire anche pagare e far pagare le tasse perché è giusto, perché viviamo in un sistema organizzato e sociale, e, semmai, fare una lotta dura, seria, tosta e capillare per far sì che le tasse siano usate bene. Questa è politica. E ogni forma di azione politica non è individuale, ma sempre collettiva. "Noi", appunto.
E la porno tax? Bah. Chissà, forse ha ragione Rocco Siffredi: «L'Italia si dimostra bigotta e moralista, non ci ricaveranno niente, l'unica cosa tassabile sarà l'oggettistica. Ormai i dvd non si vendono più, il sesso si trova su Internet, su You Porn possono entrarci anche i bambini, vergogna». Parola d'esperto. (Da: www.corriere.it)
Migliorare il mondo. A piccoli passi.
Ocio che è uno sfogo, questo. Ma sono stufo di vedere che le cose del nostro mondo sono vere solo perché passano in televisione, che gli assessori si dichiarano "troppo ingenui" perché si fanno beccare da Report e non si rendono conto che il problema non è farsi beccare, ma essere quello che sono, ottusi e ormai miopi traffichini della politica e del potere, lontani da tutto e da tutti.
Vladimir mi è molto simpatica. La trovo una persona intelligente ed in gamba. Io, in lei, me ne sarei rimasta a casa anziché andare sull'isola. Ma son scelte. Ma che la politica, invece di occuparsi di noi, persone, pensi a cavalcare gli idoli della TV è davvero triste.
Non molto diverso dal candidato abruzzese che offre speranza di lavoro in cambio di voti.
Basta.
Ricominciamo ad occuparci della realtà. Piccola, sporca e ruvida realtà. Malandata. Piena di buchi e di rattoppi.
Cerchiamo di migliorare la nostra realtà insieme agli altri. Spegnamo la TV e ricominciamo a parlare con le persone. Tra di noi.
Questo deve fare la politica. Ascoltare e dialogare con le persone vere, reali, brutte, sporche e cattive che vivono al nostro fianco. Ed anche con noi, quando siamo brutti sporchi e cattivi. E a volte lo siamo.
Finiamola con questa storia che siamo nell'epoca della comunicazione globale e che tutto passa da internet e che siamo tutti in contatto e che basta aprire un blog e scrivere su un forum o iscriversi a Facebook (mea culpa). Nessuno dei miei vecchi compagni di classe di tutte le epoche si trova qui. Non credo siano tutti morti.
Ci sono infatti persone che non ci vanno mai, su internet. E sono tante. E vivono lo stesso. E lottano. E piangono. E sognano. E sono meschine. E sono meravigliose. E hanno cose da dire e raccontare. E sono sole. E votano. E nessuno ci parla mai davvero, vis à vis, fuori da uno schermo, fuori da manifesti propagandistici, fuori dalle isole famose. La politica deve tornare sulle strade. Dove nessuno dei politici la può più raggiungere.
Obama. Bene, bravo, bis. Sono contento. Ma Obama è lontano, un altro mondo. Lontano da me e da tutto coloro che mi circondano. Il mondo è globale, dicono, ma il disagio delle nostre vite collettive spezzate è dentro di noi.
Dobbiamo ricominciare a credere di poter migliorare il mondo insieme agli altri un po' alla volta, a piccoli passi, ritrovando la forza del senso collettivo delle persone reali.
Il logo che vedete qui a fianco l'ho disegnato per dare un senso all'idea. Mi piace immaginare che tutte le persone di buona volontà (l'aveva già detto qualcun'altro e non era finito bene) si mettano una spilletta del genere, si riconoscano, come carbonari, e aiutino il mondo reale che li circonda a uscire dalla rovina
Forse questa è la vera rivoluzione, che nessuno potrà fermare, nè Berlusconi con le sue televisioni, né la destra con la sua arroganza, né la sinistra con la sua attuale triste vocazione alla sconfitta.
Addio a Mario Rigoni Stern

Sono sveglio a queste ore antelucane a causa di un attacco di torcicollo (in realtà cervicale) che non vi sto a dire.
E vedo sulle notizie in rete che è morto Mario Rigoni Stern, scrittore e poeta di Asiago.
Mi spiace. L'avevo conosciuto, Rigoni Stern, più di una decina di anni fa, quando, ancora giovane urbanista di belle speranze, trotterellavo dietro al mio capo facendo il Piano Regolatore Generale di Asiago, appunto, questa strana cittadina di montagna, Regina dell'Altipiano dei Sette Comuni, come viene chiamata la grande regione di pascoli che si estende più o meno attorno ai 1000 metri sul livello del mare in provincia di Vicenza.
Ad Asiago si è combattuta la Grande guerra. Si è combattuta duramente. Guerra di trincea, quella che racconta Emilio Lussu in Un anno sull'altipiano, appunto. Questa cosa della Grande Guerra non poteva non essere presa in considerazione da noi urbanisti. E quindi l'idea di costituire un Museo territoriale della Grande Guerra, sui luoghi in cui la guerra è stata combattuta. Vi sono ancora trincee, fortificazioni, tracce, costruzioni, edificate in due anni di guerra di posizione, lassù, sull'altipiano alto, a quasi 2000 metri.
E dovevamo andare a vedere. E il Comune ci accompagnò, e ci fece accompagnare proprio da Mario Rigoni Stern, consigliere comunale, allora, e grande vecchio che, pur non avendo fatto la Grande Guerra per ovvie ragioni anagrafiche (era nato nel 1921, proprio quando ricominciava la ricostruzione del suo paese distrutto dai bombardamenti), sembrava averla vista e vissuta, tanta era la sua capacità di raccontare, eventi, volti, luoghi, sentimenti.
Noialtri ierimo de qua e i austriaci iera de là..., diceva, in dialetto veneto, indicando le tracce delle trincee "nemiche" a poche decine di metri da noi, che camminavamo in quelle "amiche". E noi pendevamo dalle sue labbra, aggrappati a questa sua meravigliosa capacità di raccontare di cose, persone, della sua terra, e della storia di tutti.
E' un ricordo piccolo, il mio, che non parla dei suoi tanti libri, del suo successo, sempre schivo. Racconta solo di un uomo che ho ammirato e che mi ha lasciato un profondo e tenero ricordo.
Addio Mario. La tua terra, verde di pascolo e bianca di neve, saprà tenerti compagnia.
Paul McCartney al Liverpool Sound Concert 2008

E' stato meraviglioso.
E forse questo basterebbe, come recensione. Ma forse qualche parola in più la spenderò, va là. Per prima cosa vi offro il filmato del concerto (in realtà si tratta di una selezione. Mancano infatti alcuni pezzi), che, diciamolo, non è cosa da poco. Si tratta di riprese della BBC, disponibili tramite file torrent. Enjoy it.
Poi, a seguire, vi racconto un po' come è andata, a modo mio, come al solito, che qui mica si fa giornalismo tradizionale.
La giornata del primo giugno, a Liverpool, non promette niente di buono. Piove. Per un momento, ma solo per un momento, mi passa per la testa che Paolino ha una certa età e magari teme l'umidità e che, hai visto mai, decide di stare a casa sotto le coperte e ci manda solo gli Zutons e i Kaiser Chiefs a prendere la pioggia. Ma è un pensiero che dura solo un attimo. Paolino è forte, bello e invulnerabile. E poi è un Beatle, cosa vuoi che gli faccia un po' di umidità...
Arriviamo, io e la mia paziente (ma in fondo appassionata anch'ella) fidanzata, allo stadio Anfield, grande monumento del calcio inglese in via di dismissione a seguito di una radicale operazione di rinnovo urbano. E' l'ultimo evento prima della demolizione. L'organizzazione del concerto ha predisposto transenne a serpentina per indirizzare la fila nello spazio antistante la nostra entrata. Solo che lo spazio antistante la nostra entrata non è asfaltato nemmeno un po'. E continua a piovere. E la qualità del terreno argilloso inglese assieme all'acqua forma una poltiglia che rararmente in Europa continentale se ne sono viste di più belle. E indosso delle Nike nuove nuove e bianche bianche. Ma sto per vedere Paolino. E ci andrei anche scalzo.
Manca poco alle quattro. I cancelli, dicono, verranno a aperti alle cinque. Ci mettiamo in fila. La folla s'affolla, piano piano. E cosa è più goloso ed invitante di una folla per un predicatore di una oscura setta cristiana in agguato? Solo una folla prigioniera di transenne che per nessuna ragione abbandonerebbe il suo posto, elementare Watson. E così un omino con microfono e piccolo amplificatore portatile a tracolla, sotto l'acqua, ci ha impartito la sua predica. Sapete, quelle cose tipo: "Ladies and gentlemen, Jesus Christ says that Paul McCartney is the best musician in the world..." no, non è vero, non diceva così, sto racontando una balla. Insomma, avete presente. Mezz'ora di fanatica predica sotto la pioggia a una folla di fans dei beatles protestanti. Ammirevole, non c'è dubbio.
E intanto la fila, metro dopo metro, guada la fanga inglese, consentendoci di guadagnare l'accesso allo stadio solo dopo quaranta minuti. Cosa vuoi che sia. Finalmente seduti. Tribuna laterale. Ottima visuale.
E comincia l'attesa. Ci hanno detto che le prime note arriveranno alle sei e mezza. Pazienza, ci vuole. Si cazzeggia, ci si riposa, ci si asciuga, si compra il programma del concerto, si beve una birra, si mangia un panino. E finalmente, puntuali come un orologio inglese, gli Zutons, alle sei e mezza spaccate. Quaranta minuti di musica bella, originale, energica, divertente, suonata e cantata bene. Ci si comincia a scaldare, insomma. Poi un po' di pausa per rifare il palco e arrivano i Kaiser Chiefs. Chi dice bravi, chi dice no. Sicuramente il cantante ha la faccetta da culo. La musica io la trovo banale, noiosa e piaciona. Ma lo stadio cantava i tormentoni e si divertiva. Cose che capitano.
Poi altra pausa. Sono quasi le nove. L'aria comincia a farsi elettrica. La luce diurna comincia a calare, l'imbrunire fa risaltare le luci del palco. Il gioco si fa serio, insomma.
Ed alle nove in punto, come una pendola inglese, arriva sul palco un presentatore grassottello evidentemente famoso e considerato divertentissimo, a giudicare dall'entusiasmo. Dice un po' di robe che non fanno ridere nemmeno i sassi (ma gli inglesi sì, va' a sapere) e annuncia l'ingesso di Paolino, che si affaccia sul palco, bello come il sole, in abito nero da Beatles, con lo stivaletto alla Beatles e il basso da Beatles. Che lui è un Beatle, lo può fare. Ovazione. E subito le prime note, come a tracciare una linea di partenza di una storia. Once upone a time..., c'era una volta...: Hippy Hippy Shake, un classico R&R della fine degli anni '50, e parte del repertorio dei primissimi Beatles. Bravo, così si fa. Paolino canta e suona come se avesse vent'anni. Una voce ancora bella, piena, sicura, intonata, potente.
E poi via, un salto di quasi quindici anni: Jet, epoca Wings. La band lo segue come un'ombra, perfetta. Non una nota fuori posto. Paolino è a suo agio come se fosse nel suo salotto. Noi siamo tra il settimo cielo e l'incredulità. Ma sarà vero tutto questo? Starà accadendo? E io sono davvero qui? Ma c'è poco tempo per filosofeggiare. Paul attacca Drive My Car, la pelle d'oca è quasi un rilfesso condizionato. Il basso Hofner pulsa come un cuore adolescente e lo stadio segue ogni parola, come respirando insieme. Ecco il vero predicatore. Era lui che aspettavamo tutti. E tutti lo seguiremmo ovunque. Beep beep beep beep yeah...
Poi via, come il vento con Flaming Pie, cantata con grinta e piacere, dando piacere alla folla ormai adorante. E lui parla, allora, e ringrazia, e scherza, e ride, e racconta di essere nato lì vicino e piccole cose che si raccontano quando conosci qualcuno e vuoi condividere la tua vita con lui. E allora via: Got to Get You Into My Life, potente e meravigliosa, salendo ancora. Paolino portaci via con te.
Ed allora un altro superclassico della carriera solista: Let Me Roll It, con quel riff graffiante, suonato con una bellissima chitarra tutta colorata piena di disegnini. Lunga e appagante. Noi si ondeggia, e ci si guarda, felici. Anche lui ci guarda, ci contempla, alla fine, per un momento, soddisfatto, emozionato. E l'emozione lo porta a sedersi al pianoforte. Ed attacca My Love, canzone d'amore dedicata a Linda, il suo vero, unico e grande amore, ci piace pensare. This song is for Linda, dice, e, cantando, la voce tradisce l'emozione, questa volta. E lo stadio, trentacinquemila persone con il fiato sospeso, abbassa la voce e gli sta vicino tenendosi la mano. Bellissimo, che ancora mentre lo scrivo mi vengono i lucciconi agli occhi.
Ed allora partono le note ska di C Moon, ancora Wings, ancora Linda, in fondo, come a tracciare una strada di memoria diretta per una fase della vita che lui ama, gli appartiene e che possiamo condividere anche noi, anche se abbiamo solo ascoltato. Non verrà infatti suonata alcuna canzone dal penultimo bellissimo disco (Chaos And Creation In The Backyards), scritto e uscito in piena crisi coniugale con Heather, quasi a dire non ci voglio pensare più. Peccato, che il disco era davvero bello. Ma forse è giusto così.
E sei lì che pensi a tutto ciò che ci accade, alla gioia, alla sofferenza, alla fatica ed alla vita, e le prime note di piano di The Long And Winding Road ti strappano ai penseri e ti riportano a dove sei, a quanta storia, davvero, ha negli occhi quel piccolo uomo seduto al pianoforte. A quanta vita ha vissuto e fatto vivere, con la sua musica, le sue parole, i suoi sogni ed il suo talento. Ed è davvero bello, essere lì, pensi. La musica è davvero una cosa speciale. Pensando agli Zutons ed ai Kaiser Chiefs, ti paiono, adesso, solo vaghi ricordi sonori sentiti un sacco di tempo fa.
Non si fa nemmeno in tempo a riprendersi dall'emozione che Paolino si toglie la giacca, imbraccia il mandolino e avvia Dance Tonight, singolo dell'ultimo suo disco Memory Almost Full. Siamo ai giorni nostri, ora. In poco più di venti minuti abbiamo attraversato cinquant'anni di musica. Forse questa ha meno mordente, meno grinta, meno calore, meno bellezza. Forse il momento meno intenso del concerto. Ma Paolino è come la Roma, non si discute, si ama.
E non è amore mal riposto. Paul racconta di quando, ragazzi, con George, tentavano di suonare una fuga di Bach con la chitarra. E che da lì, guarda un po', anni dopo, è venuta fuori Blackbird. Paul è da solo sul palco. Lui e la sua chitarra acustica per mancini, con il parapennate nella posiziona giusta, verso il basso. Blackbird fly... E tutti all'Anfield canticchiano appresso, immaginando il viaggio in India, i Beatles vestiti di bianco con la barba di qualche settimana e la chitarra in mano. Ma è solo un lampo. Che mica è finita qui.
Parte Calico Skies, di nuovo acustica, a fare coppia con Blackbird, e lo stadio che canta dolcemente for the rest of my life, seguendo Paolino come fosse il pifferaio di Hamelin, dietro alle note un po' folk che continua a regalarci. E continua, quindi, con un pezzo su Liverpool, mai sentito, forse nuovo, forse scritto per l'occasione, non saprei dire. Un pezzo che forse mi sono distratto e non ricordo nemmeno bene (oh, che già è un miracolo che mi ricordo il resto, con tutte le emozioni provate...). Ma si ritorna sul seminato e sul terreno conosciuto, sicuro e tranquillizzante appena si sente Paul raccontare che la prossima è un pezzo scritto quando era ragazzino ed attaccare con I'll Follow The Sun, con l'ormai immortale e classica scenetta della ripresa dell'ultima strofa dopo il finale perchè il pezzo è troppo corto. Ma non si fa in tempo a dire bah, che già echeggiano parole come Ah, look at all the lonely people..., con gli archi (sintetici, purtroppo) a fare da contrappunto. Eleanor Rigby, triste ed immortale. Niente da aggiungere. Perfetta.
E nella panoramica degli strumenti a corde salta fuori l'ukulele, piccola chitarrina a quattro corde, con il quale, ci racconta Paul, George amava trastullarsi. E, ci dice, quello che ha in mano è proprio quello del suo amico George. E come se fosse niente, con la naturalezza dell'amicizia vera partono le note ed i versi di Something, in omaggio all'amico che non c'è più. E lo stadio tutto si unisce al tributo. Dopo la prima strofa parte la band. E l'assolo di chitarra, suonato fedelmente, con spirito quasi filologico, che tanto che ci vuoi fare di più, è perfetto così. E gli applausi non finiscono mai.
Ma quando finiscono, il colpo gobbo, Penny Lane, che cantanta a Liverpool, come ho già scritto da qualche parte, è come cantare Roma Capoccia a Trastevere. Trentacinquemila persone all'unisono. Che nemmeno durante le partite all'Anfield si sono sentiti cori così grandiosi. Ormai siamo tutti davvero caldi, eccitati e felici. Tutti i dubbi sul concerto sono svaniti. E' bellissimo. Ed è a questo punto che Paul annuncia un ospite speciale, Dave Grohl, che sale sul palco con la chitarra in mano e attacca, assieme a Paul, Band on The Run, che offre l'occasione all'ex Nirvana di suonare la chitarra con una plastica posa rock a gambe larghe e lo sventolamento della lunga capigliatura d'ordinanza. Davvero buffo, vi assicuro. Ma secondo me era solo l'entusiasmo di suonare con Paul. Poi Dave passa alla batteria, sua postazione naturale, per una splendida e infuocata Back in the USSR. Divertente pensare come nell'album bianco, qui, la batteria l'abbia suonata proprio Paul visto che Ringo se ne era andato seccato dalle continue critiche di Paul sul suo modo di suonare. Con tutto il rispetto per Ringo, che mi sta tanto simpatico, la forza di Grohl giova al R&R filante del ritorno in URSS. Stadio in delirio, nemmeno a dirlo.
Sono passati poco più di tre quarti d'ora, Paul è ancora in piena forma e noi siamo ancora pieni di voglia di musica e di emozioni. Che arrivano, oh, se arrivano.
Paul di nuovo al piano. Piano piano attacca le note di Live and Let Die, scritta per il film di Bond e prodotta da George Martin, il vecchio produttore dei Beatles. Pezzo discontinuo nel ritmo e nello stile. Bellissimo. Che al passaggio di ritornello con il verso Live and Let Die e la seguente esplosione di suoni, si accompagna con una esplosione di fiammate davanti al palco e fontane di fuochi artificiali, unica concessione ad effetti speciali di tutto lo show. Perfetto. Gran pezzo. Una struttura compositiva un po' alla A Day in The Life, per alcuni versi. E tenete a mente il riferimento.
Siamo vicini all'ora di concerto. Sappiamo, perché ce l'hanno detto che dovrebbe durare più o meno un'ora e venti. Non manca molto. E però mancano un sacco di pezzi bellissimi che vorrei sentire ancora. Non pensare, ascolta, lascia che sia. Appunto.
Let It Be. Brividi come se piovesse (tra parentesi, aveva smesso di piovere già prima dell'inizio dello show). E' sempre lei, ascoltata mille volte, sempre la stessa. Ma non muore mai. E' sempre grandiosa. Suonata lì, davanti a noi, lì, a Liverpool, Dove tutto è cominciato tanti anni fa. Dove quei quattro sciamannati ragazzi talentuosi si sono messi insieme perché erano quei tipi di ragazzi che stavano bene insieme, come scriveva John nel 1963 nel primo articolo di presentazione dei Beatle sul nascente giornaletto musicale Merseybeat. E le note di Let It Be lasciano la gioia dentro, anche quando si sono ormai perse nell'aria fredda della sera.
Paul chiacchiera, gigioneggia con il pubblico, e ci fa fare quello che vuole lui. E via con Hey Jude. Immancabile. Un rito collettivo meraviglioso. Tutto ondeggia, leggero, in attesa del coro finale, che sai che arriverà, prima o poi e si potrà cantare a piena voce, poi. Ma intanto canticchi, segui le strofe e ti piace. E hai il tempo di pensare a Julian, il primo figlio di John, per il quale Paul ha scritto la canzone, quando John e Cynthia si sono separati. The movement you need is on your shoulder, canta Paul emozionato. E poi sale e sale, sale ancora. Remember to let her under your skin, Then you'll begin to make it better, better, better, better, better, better... e finalmente, pieni, appagati, gioiosi, tutti insieme, che potrebbe non finire mai: naa naa naa nanananaaaa, nanananaaaa, heeey juuude....., naa naa naa nanananaaaa, nanananaaaa, heeey juuude... E poi, come già a Roma al concerto del Colosseo, sotto la guida del Messia, prima i ragazzi, poi le ragazze, a cantare il coro, e poi di nuovo tutti insieme, con Paul a intermezzare con una voce ancora piena e piena di soul. E via ancora in loop come vuole la tradizione eterna di Hey Jude, fino alle ultime note, calde e universali.
Non è ancora finita, anche se tutti sappiamo che ci siamo quasi. Ma mancano ancora alcuni fondamentali. Paul ringrazia con la band al completo, inchinandosi come gli ha insegnato Brian Epstein, il manager dei Beatles, tanti e tanti anni fa, e si prepara ad uscire. Esce. E tutti sappiamo che tornerà presto.
Ed infatti passano solo un paio di minuti ed è di nuovo lì, da solo, con la chitarra. Paul McCartney da Liverpool. E non può che suonare Yesterday. Nessun commento è necessario. Immaginate ciò che volete. Avete immaginato? Era meglio.
E siccome con Paul, al meglio non c'è mai fine, riprende in mano il basso d'ordinanza Beatles e come niente fosse... I read the news today oh boy... Questa volta la voce è emozionata. E ci mancherebbe. Solo un robot potrebbe restare freddo. Un momento davvero magico. La prima volta di A Day In The Life dal vivo su un palco. Da sempre. E forse per sempre. Mica pizza e fichi. Con tanto di suono di sveglia al momento giusto. Alla fine dell'intermezzo composto da Paul, all'improvviso, prima del grande crescendo orchestrale e del riavvio delle strofe di John, attacco di Give Peace A Chance. Bell'omaggio, per carità, ma A Day in The Life avrebbe meritato di più, forse anche la fine del concerto, con il lungo e profondo accordo di pianoforte. Dal filmato del concerto apprendiamo che tra il pubblico ci sono anche Yoko Ono e Olivia Harrison, inquadrate per l'occasione sulle note dell'inno pacifista di John.
Ed ancora Lady Madonna, per chi proprio non ne ha mai abbastanza. Ma un concerto come si deve di un mito del rock, se non si chiude come Sgt. Pepper, non può che chiudersi con un R&R. E quindi? Beh, ovvio: I Saw Her Standing There: One, Two, Three, Four... Well, she was just seventeen, You know what I mean... Primo pezzo del primo 33 giri dei Beatles. Che sballo. E' c'è anche Dave Grohl alla batteria a battere i tamburi come un dannato e, credo, a divertirsi come un matto, felice come un bambino. Sullo sfondo del palco scorrono immagini dei Beatles dei primi anni. Una festa bellissima, insomma.
E così è finita. Esaltante, grandioso. Perfetto. Che dire di più.
Guardatevi il video. Ne vale la pena. Che in fondo ci sono anche un po' di Zutons e un po' di Kaiser Chiefs. E invidiatemi in modo sano ed affettuoso, mi raccomando.
Decamerino 2

Ancora una segnalazione promozionale.
Il prossimo 4 giugno, un'altra brillante serata con Il Decamerino di PARI&SIPARI, il simpatico e bravo gruppo teatrale di cui ho già detto più sotto. Alcune delle cose che verranno lette sono mie, cioè le ho scritte io con le mie dita su questi tasti.
Accorrete numerosi, quindi.
Mercoledì 4 Giugno 2008, alle 19.30, presso l'RGB 46, in Piazza Santa Maria Liberatrice 46, a Testaccio, ovviamente a Roma.
Liverpool Sound Concert

Aggiornamento del 26 maggio: per ragioni che non sto a dire mi ritrovo ad avere due biglietti in più per il concerto (tickets for sale). Si tratta di due biglietti per il prato, disponibili al prezzo di acquisto, senza ricarico da bagarino, ovvero a 125 £ per due biglietti. Lo so che questo non è un mercato, ma, alle volte, ci fosse qualcuno interessato, me lo faccia sapere, magari scrivendomi a mpirella@tiscali.it.
For sale: 2 Unreserved Pitch tickets at a total cost of £125.05
A seguire il testo del post originale.
Il giorno si avvicina. Il primo giugno. A Liverpool. Il concerto di Paul McCartney nell’ambito delle celebrazioni della città come capitale europea della cultura per il 2008.
Nelle intenzioni e nei programmi avrebbe dovuto essere un concerto memorabile (once-in-a lifetime concert, come recita il sito Liverpool08). E non solo per la presenza di McCartney (che già questo basterebbe, in fondo), ma per la promessa presenza di star internazionali di primo piano in qualche modo influenzate dalla musica e dalla cultura di Liverpool, Beatles in testa, certo, ma anche un tot di altri gruppi e musicisti emersi dalle acque del Mersey, il fiume che lambisce la città (da cui Merseybeat, nome che venne dato al sound di Liverpool agli inizi degli anni ’60, o Ferry Cross the Mersey, la canzone che Gerry and the Pacemakers cantavano facendo ballare i ragazzi di allora (e anche quelli di oggi; l’ho ballata su di un battello che faceva avanti e indietro sul Mersey, suonata dal vivo da un gruppo di sessantenni durante una festa di natale anni sessanta un paio di anni fa, uno sballo).
Tanto per dire, sono di Liverpool i Frankie Goes to Hollywood, o Echo and The Bunnymen, o ancora Orchestral Manoeuvres in the Dark, o Elvis Costello (che a onor del vero ci ha solo passato qualche anno al tempo delle scuole) e altri meno noti (o che non conosco io perché sono gnurant. Per una lista completa vedere qui).
Fatto sta che un certo numero di mesi fa, tipo settembre 2007, viene lanciato il grande concerto, cui viene dato il nome Liverpool Sound. Sulle prime pare debba essere organizzato ai Docks di Liverpool (le aree portuali ormai rimesse a posto e piene di attività ludiche e per il tempo libero), ma la cosa sembra complicata e, quindi, il concerto viene spostato all’Anfield Stadium, lo stadio del Liverpool (lo stadio che sta simpatico ai milanisti, tanto per capirci). Vengono messi in vendita i biglietti con una sorta di lotteria. E per una volta nella vita, vinco. Ovvero: vinco la possibilità di comprare i biglietti, che mica li regalano. Tempo di battere le ciglia e i biglietti sono esauriti. Ancora non si sa, però, chi ci sarà insieme al Ser Paolino ad animare la serata (non che la cosa mi inquieti, devo dire, che tanto io vado là per lui).
Ad oggi, insomma, ancora nessuna notizia certa su chi ci sarà sul palco dalle 17.00 (ora di inizio), alle 22.00 (ora di fine). Cinque ore di Paul McCartney io me le farei tranquillamente, ma lui non credo. Per il momento sono confermati i Kaiser Chiefs (rubi rubi rubi rubiiiii... na na na na na naaaa, avete presente?) e su Wikipedia (ma non ancora sul sito di Liverpool 2008) viene data per certa la presenza del simpatico ex batterista dei Nirvana Dave Grohl con i suoi Foo Fighters (o da solo?) e i degli Zutons, giovane e brillante gruppo di Liverpool (ma va?) che fa finta di essere negli anni sessanta e gli viene anche bene. Sempre su Wikipedia si rumoreggia sulla presenza di Madonna, Ringo Starr, Eurythmics, Rolling Stones, Bombed Out Priests (rock band di Liverpool che suona un rock un po' metal un po' punk un po' grunge) e dei Coldplay. Ma sono voci non confermate e, probabilmente, anche prive di fondamento.
E fin qui tutto a posto, si dirà, tutto normale. Se non fosse che non sapere ancora, a quindici giorni dall’evento, chi suonerà tra le tante stelle internazionali di prima grandezza promesse, mi sembra quantomeno sospetto. I casi sono due: o non lo sai per davvero, ma allora devi cambiare mestiere, oppure non lo vuoi dire, e allora forse fai il mestiere giusto, ma lo fai in modo scorretto. Soprattutto ora, che, come per incanto, si è riaperta la vendita dei biglietti, a grande richiesta, come si dice. Come mai un concerto sold out in pochi minuti riapre i battenti?
C'è chi sostiene che la riapertura della vendita sia dovuta alla necessità di aggiustare i conti economici dell’evento, altrimenti in rosso. Il Daily Post del 15 aprile rivela, a questo proposito cosette interessanti. La nuova vendita riguarda nuovi 11.000 biglietti oltre ai 25.000 già venduti con la lotteria. La vendita pare sia stata avviata per coprire un extra costo di quasi 200.000 £. Leggendo l’articolo si scopre anche che l’aumento di costi è stato causato proprio dall’annullamento del concerto ai Docks ed al suo spostamento allo stadio. Tra l’altro, evidentemente, la prevista e originaria formula di Paul + stelle internazionali deve essere nel frattempo naufragata, se, come riporta sempre il Daily Post, il bilancio dell’evento, in gran parte coperto dai diritti televisivi, è ora a rischio, dati i meno pasciuti diritti a fronte di una line-up (scaletta) con artisti giovani e d’avanguardia (?), bravi, ma meno vendibili delle stelle internazionali.
Tant’è che a distanza di una settimana dalla riapertura delle vendite, ci sono ancora biglietti disponibili, con buona pace di chi ha comprato su Ebay a cifre folli (fino a 3/400 sterline, giuro).
L’evento del Liverpool Sound, inoltre, si legge sempre nell’articolo, è organizzato dalla McCartney Productions Limited (MPL), la società di produzione del Nostro, il quale per la sua performance non prende una lira (almeno direttamente), e devolve invece 300.000 £ al Liverpool Institute of Performing Arts (LIPA) ed all’istituto di carità Nordoff-Robbins Music Therapy. A copertura dei costi, tuttavia, la MPL ha chiesto al LIverpool City Council (il consiglio comunale, insomma) “solo” 1,7 milioni di sterline a copertura dei costi vivi (assicurazioni, costi di produzione, ecc.). L’eventuale ulteriore disavanzo, ce lo metterà la città. Questa situazione ha addiruttura prodotto, nel corso del mese di aprile, voci sulla cancellazione dell'evento (che per fortuna mi sono sfuggite, che sennò sai che ansia mi veniva...)
Ma numeri a parte, il nocciolo della questione è che non vi sarà una passerella di grandi nomi internazionali. Questa è la verità. Che succederà, quindi? Vecchie glorie del Merseybeat? Giovani epigoni? Band inglesi a noi italiani sconosciute? Mummie anni ottanta? Chi lo sa. Riempire cinque ore di concerto non è una cosuccia da nulla. Vedremo. Io comunque il 30 maggio parto per Liverpool e sarò là, in prima fila, sotto al palco. Speriamo che Paul non si dia malato.
Per chi volesse, in ogni caso, ancora comprare biglietti, vedere qui.
Aggiornamento: in un altro, successivo e più recente articolo del Daily Post si conferma la presenza di Dave Grohl (fan dei Beatles e di Ringo; Dave dichiara infatti: se i Beatles furono l'archetipo della R&R band a quattro elementi, allora Ringo è l'archetipo del batterista R&R) e dei Kaiser Chiefs. A tal proposito McCartney avrebbe dichiarato: sarà tutto molto divertente. I dettagli finali riguardo al concerto devono essere ancora annunciati, pertanto non posso rivelare altro. Ma questo è un grande inizio.
Quali altre soprese ci attendono nel rush finale? Restate sintonizzati, come si dice.
Roba da matti
Cade in questi giorni un anniversario cui, per varie ragioni, sono particolarmente legato. Il 13 maggio 1978 veniva approvata la cosiddetta "legge 180", più nota come legge Basaglia, dal nome dello psichiatra che ne fu l'ispiratore. E' stata la legge con cui, nel nostro paese, si sono chiusi e superati i manicomi, ponendo per una volta l'Italia all'avanguardia nel mondo in qualcosa che non fosse la moda, la cucina, la mafia o il calcio, ma invece, udite udite, nel settore dei pubblici servizi e, sembra quasi incredibile, nella sanità.
E' un anniversario cui sono legato perché mio padre è stato stretto collaboratore di Franco Basaglia, a Gorizia, prima esperienza dell'applicazione della liberazione dei malati di mente. Sono molto orgoglioso di essere suo figlio, perché ha dedicato tutta la vita a questa battaglia per la difesa di chi non aveva voce.
Tempo fa scrissi una cosa un po' buffa in merito ai miei ricordi di questa presenza psichiatrica nella mia vita. Un amarcord del tipo di quelli che i più affezionati lettori di questo blog conoscono.
La riporto qui, come la scrissi, per celebrare l'anniversario a modo mio, consapevole della grandezza di ciò che Basaglia, mio padre e tutti gli altri hanno fatto, e che tanti ancora continuano a fare. Se qualcuno vi dice che la legge Basaglia è sbagliata, che bisogna riaprire i manicomi, non dategli retta. La legge deve essere difesa, e ancora oggi, a distanza di trent'anni, è importante combattere perché venga pienamente applicata.
Erano gli anni sessanta. Festa dell’amicizia, l’avevano chiamata. Era la festa annuale all’interno dell’Ospedale Psichiatrico di Gorizia, ormai aperto ed in via di superamento. Era il momento in cui i reparti e lo splendido parco dell’ospedale, adiacente al confine con la Yugoslavia, venivano davvero aperti alla città, e perdevano il carattere di separatezza che, nonostante il lavoro dello staff di Basaglia, continuavano di fatto a mantenere.
Era una festa paesana, come le sagre dei quartieri, o le feste dell’Unità. Solo che si svolgeva all’interno del manicomio ed il pubblico era formato da infermieri, medici, cittadini, ma anche degenti, insieme, tutti in borghese, si potrebbe dire.
Per alcuni dei ricoverati era probabilmente la prima occasione, dopo trenta o quarant’anni di internamento, di rivedere il mondo esterno, di trovarsi in mezzo alla gente. Ricordo gli occhi un po’ stupiti, alle volte, ma vivi, finalmente, le danze, spesso svolte da coppie di uomini, forse troppo abituati a vivere separati dalle donne per avere il coraggio di invitarle a ballare. C’era un clima rilassato, così lontano dall’idea che si ha di un manicomio.
Ma la cosa che ricordo di più era una vecchina sdentata ed un po’ biascicante, che non appena mi vedeva, piccolino, mi veniva incontro per baciarmi. Il suo affetto, che ora mi fa sorridere, allora mi faceva un po’ senso, lo ammetto. E cercavo sempre di evitarla e di non farmi vedere. Ma lei riusciva sempre a trovarmi, prima o poi e dovevo così sottostare al suo sbaciucchiamento affettuoso e un po’ bavosetto.
La psichiatria ha in effetti accompagnato molta parte della mia vita, sia pure indirettamente (che io, poi, tié, ho fatto l’architetto). O, per meglio dire, ha accompagnato molta parte della vita della nostra famiglia. Assieme all’attività politica attiva di mia madre, il lavoro di mio padre è infatti stato il principale personaggio di contorno della nostra esistenza. A fianco delle riunioni politiche in locali freddi e fumosi, i miei ricordi sono affollati anche di riunioni, cene, convivi a tema psichiatrico. Per fortuna questi si tenevano in genere a casa di qualcuno, e per lo meno i locali erano riscaldati, sia pure sempre fumosi.
Lo stretto contatto con la malattia mentale non mi ha portato nocumento, checché se ne possa dire. Anzi. Mi ha insegnato a capire, a guardare le cose dal punto di vista dei deboli, a superare i pregiudizi, anche se, a volte, mi ritrovavo con la guancia tutta sbavazzata per i baciotti, e lì ho sempre fatto fatica, sì, lo confesso.
Devo però ammettere che con la psichiatria ho avuto un rapporto contraddittorio. Da un lato ammiro molto mio padre, sono molto orgoglioso del lavoro che ha fatto e spesso mi sono trovato a difendere la linea di fronte ad amici e conoscenti revisionisti e controriformisti. Dall’altro ci sono stati momenti che ne avevo davvero due palle così. Che la cosa, dopo Gorizia, si è mica fermata lì. Dopo Gorizia ho conosciuto l’ospedale di Arezzo, dove mio padre si è trasferito nel 1971, poi quello di Collegno (dal 1980). Tutte esperienze importanti, grandi sfide per il superamento degli ospedali. Ma tutte le grandi sfide, quelle che per essere vinte richiedono tutta la dedizione del mondo, hanno, come si sa, un fastidioso effetto collaterale: richiedono appunto tutta la dedizione del mondo. Insomma, non si parlava d’altro. E delle volte non se ne poteva davvero più. Provate voi a passare giorni interi sempre in mezzo a psichiatri democratici. Meglio i baciotti bavosi, ve l’assicuro.
Sarà stato per quello, chissà, che non appena mio padre smetteva di lavorare e si andava in vacanza lui ed io, da soli, mi ammalavo. Sarà stata una punizione. Mi sono fatto le meglio malattie in vacanza con mio padre. La rosolia una volta, l’appendicite un’altra volta, oltre a diversi altri malanni di tipo più tradizionale (influenze, bronchiti e più in generale malattie da raffreddamento). Ma il fatto che fosse medico, in quei frangenti, tornava utile, devo dire.
Oggi molti sostengono il fallimento di questa esperienza (l'antipsichiatria, intendo, non le mie vacanze con mio padre). Ma io, ogni volta che tornavo a Gorizia con lui, passeggiando per il centro, a distanza di trent'anni, c'era sempre qualcuno, ex degente, infermiere, o parente di qualche ex ricoverato, che lo fermava per la strada ringraziandolo per il suo lavoro.
Non vorrà dire niente, forse, le grandi sfide si misurano con la Storia, vi diranno, mica con queste cosette. Ma a me invece pare una cosa meravigliosa, per la quale vale la pena vivere e continuare a lottare.
La celebre foto in alto è di Carla Cerati, scattata nel Manicomio di Colorno (PR), nel 1968.
Decamerino
E questa volta una segnalazione autopromozionale.
Mercoledì 23 aprile, all'ora dell'aperitivo (diciamo le sette e un quarto, più o meno), in un simpatico locale di Testaccio (che si chiama RGB 46 e si trova in Piazza Santa Maria Liberatrice proprio al civico 46, pensa un po') ci sarà la serata Il Decamerino, racconti letti e recitati da quattro amici, giovani e bravi attori romani, che, tra le altre cose, leggeranno anche due cose scritte da me (e qui: applausi, mortaretti e tricchetracche), già peraltro comparse con successo su questo Blog.
Accorrete pertanto numerosissimi, festanti e calorosi. Quindi, per riepilogare:
Mercoledì 23 Aprile - Ore 19.15, all'RGB 46, P.zza S.Maria Liberatrice 46 (Testaccio), serata di letture, facezie, musica e racconti Il Decamerino.
Vi aspetto.

Quanno ce vò, ce vò.